mercoledì, agosto 29, 2012

La questione giudaica dalle origini alla rivoluzione francese. Fonti e repertori

Q. sionista / ebraica / Succ.
Sommario: I. Giulio Morosini. – II. J. A. Eisenmenger. – III. Paolo Sebastiano Medici. – IV.

Nella ricerca al quale diamo avvio è di fondamentale importanza la determinazione dell’oggetto oltre che il metodo da adottare e le fonti su cui basarsi. Sappiamo che molte cose ci diverranno più chiare in corso d’opera. Per adesso, con riserva di ulteriore discussione, ove necessaria, ci sembra essenziale una triplice distinzione in una Questione che è spesso rappresentato come unitaria nelle storie dell’antisemitismo seguite a quella di Bernard Lazare (1865-1903). La Questione sionista che inizia nel 1882 con i primi insediamenti di coloni in Palestina è per noi cosa diversa dalla “Questione giudaica” che si forma nel tempo, soprattutto in opposizione al cristianesimo che dal giudaismo nasce, ma assorbendo sincretisticamente molti elementi dalle religioni del mondo ellenistico. Si tratta qui di una questione prettamente teologica cui si associano momenti sociologici derivanti dalle funzioni sociali ed economiche che gli “ebrei”, da sempre chiusi in un loro mondo settario, via via assumono nelle società in cui convivono, senza farne mai interamente parte, a quel che almeno a prima vista sembra. Fu proprio Bernard Lazare a dare questa indicazione storiografica, chiedendosi se le ragioni della ostilità che in ogni epoca e in ogni luogo gli ebrei incontravano non dovessero ricercarsi in loro peculiarità piuttosto che in una impossibile concertazione degli altri. Essendo piuttosto difficile l’individuazione delle fonti di una siffatta ricerca, daremo la preferenza a due autori che della materia si sono occupati, Giulio Morosini (1612-1687), la cui opera, “Via della fede svelata agli ebrei” è del 1683 precede di circa un ventennio quella di Johan Andreas Eisenmenger (1654-1704), Entdecktes Judenthum, che uscì a Francoforte nel 1700, anche se subito sequestrato per l’intervento degli “ebrei di corte” e divenne disponibili alle pubblica lettura solo verso la fine del secolo XVIII.  Entrambi i testi sono ora disponibili in rete. Noi ne faremo una riedizione, trascrivendo in lettere alfabetiche le immagini digitalizzate in formato pdf e corredandole con grafica ed apparati che potranno essere in ogni momento rimossi e sostituiti. Questi testi saranno la base per ulteriori ricerche, cercando di ampliare quanto più possibile lo spettro delle fonti utilizzate, che saranno accompagnate da un nostro commento critico. Va poi distinta ancora dalla Questione giudaica quello che noi delimitiamo come Questione ebraica e che giustifica in senso proprio la nozione di “antisemitismo”, che per noi si pone dopo il 1789 e non prima, dove ci sembra si debba invece parlare di questione giudaica, caratterizzata come detto. L’equiparazione dei diritti concessa agli ebrei dal 1789 in poi pone il problema dell’assimilazione, che per un verso è osteggiato dalle comunità ebraiche che non vogliono perdere i loro “fedeli”, prima tenuti insieme da una rigida disciplina, riconosciuta anche agli stati; e per altri versi suscita diffidenza negli altri cittadini, che dubitano della fedeltà degli “assimilati” ed ancor più di quelli non assimilati. Del tutto distinta dalla questione “giudaica” e da quella “ebraica” è quella “sionista”, anche se le tre “questioni” possono avere momenti di congiunzione, che nella ricerca stessa saranno di volta in volta enucleati.

I.
Giulio Morosini
(Roma, 1683)

Cap. 7°: Prologo della Parte Prima. –
Cap. 8°: De Precetti della Legge di Mosè e lor divisione, che oggidì si devono osservare. –
Cap. 9°: Della legge nuova, che il Messia doveva dare migliore e più perfetta di quella di Mosè, la quale doveva terminare. Si vedrà la venuta del Messia Figliuol di Dio vero, e vero Huomo, il quale fu Giesù Christo, che per mezzo della sua Santa Passione doveva perdonar tutti i peccati del genere humano.  –
Cap. 10°:Via della Fede mostrata a’ gli Ebrei - Pt. 1ª Cap. III: Della nascita del Messia in Betlem della Tribù di Giuda; e della Verginità della sua Santissima Madre Maria. –
Cap. 11°:
Cap. 12°:
Cap. 13°:
Cap. 14°:
Cap. 15°:
Cap. 16°:
Cap. 17°:
Cap. 18°:
Cap. 19°:
Cap. 20°:

II.
Johann Andreä Eisenmenger
Entdecktes Judenthum
(Francoforte, 1700)

Cap. 1°: Frontespizio. -

III.
Paolo Sebastiano Medici
Riti e costumi degli Ebrei confutati
(1736)

Cap. 1°: Frontespizio. –
IV.


La Questione ebraica dalla rivoluzione francese alla Questione sionista. Fonti e repertori

Q. sionista / giudaica / Succ.
Nella ricerca al quale diamo avvio è di fondamentale importanza la determinazione dell’oggetto oltre che il metodo da adottare e le fonti su cui basarsi. Sappiamo che molte cose ci diverranno più chiare in corso d’opera. Per adesso, con riserva di ulteriore discussione, ove necessaria, ci sembra essenziale una triplice distinzione in una Questione che è spesso rappresentato come unitaria nelle storie dell’antisemitismo seguite a quella di Bernard Lazare. La Questione sionista che per noi inizia nel 1882 con i primi insediamenti di coloni in Palestina è per noi cosa diversa dalla Questione giudaica che si forma nel tempo soprattutto in opposizione al cristianesimo che dal giudaismo nasce, ma assorbendo sincretisticamente molti elementi dalle religioni del mondo ellenistico. Si tratta qui di una questione prettamente teologica cui si associano momenti sociologici derivanti dalle funzioni sociali ed economiche che gli “ebrei”, da sempre chiusi in un loro mondo settario, via via assumono nelle società in cui convivono, senza farne mai interamente parte, a quel che almeno a prima vista sembra. Fu proprio Bernard Lazare a dare questa indicazione storiografica, chiedendosi se le ragioni della ostilità che in ogni epoca e in ogni luogo gli ebrei incontravano non dovessero ricercarsi in loro peculiarità piuttosto che in una impossibile concertazione degli altri. Essendo piuttosto difficile l’individuazione delle fonti di una siffatta ricerca, daremo la preferenza a due autori che della materia si sono occupati, Giulio Morosini e Eisenmenger, i cui testi sono disponibili in rete. Noi ne faremo una riedizione, trascrivendo le immagini digitalizzate in formato pdf. Questi testi saranno la base per ulteriori ricerche, cercando di ampliare quanto più possibile lo spettro delle fonti utilizzate, che saranno accompagnate da un nostro commento critico. Va poi distinta ancora dalla Questione giudaica quello che noi delimitiamo come Questione ebraica e che giustifica in senso proprio la nozione di “antisemitismo”, che per noi si pone dopo il 1789 e non prima, dove ci sembra si debba invece parlare di questione giudaica, caratterizzata come detto. L’equiparazione dei diritti concessa agli ebrei dal 1789 in poi pone il problema dell’assimilazione, che per un verso è osteggiato dalle comunità ebraiche che non vogliono perdere i loro “fedeli”, prima tenuti insieme da una rigida disciplina, riconosciuta anche agli stati; e per altri versi suscita diffidenza negli altri cittadini, che dubitano della fedeltà degli “assimilati” ed ancor più di quelli non assimilati. Del tutto distinta dalla questione “giudaica” e da quella “ebraica” è quella “sionista”, anche se le tre “questioni” possono avere momenti di congiunzione, che nella ricerca stessa saranno di volta in volta enucleati. 
Per la questione propriamente ebraica, che sorge dalla equiparazione dei diritti concessa dalla rivoluzione francese, sono disponibili fonti giornalistiche e periodiche, alle quali attingeremo di preferenza. Abbiamo posto un termine a quo ed uno ad quem, perché ci sembra che almeno nella sua fase finale la «questione ebraica» venga assorbita nella «questione sionista», anche se non mancano consistente e significative frange giudaiche, come Neturei Karta, che stabiliscono addirittura una netta contrapposizione fra giudaismo e sionismo, che in effetti fin dal 1882 era malvisto ed osteggiato dalle esigue comunità ebraiche autoctone della Palestina. Si crea una miscela “esplosiva” fra giudaismo e sionismo, i cui effetti sono tuttora all’ordine del giorno e sui quali non possiamo qui dare altre anticipazioni.

I.
Elenco numerico
 delle fonti giornalistiche e periodiche

1. Journal de Genève:
2. Gazette de Lausanne:
 
II.
Henri Gregoire
Essai sur la régéneration physique, morale et politique des Juifs
(1788)

III.
Toussenel

IV.
Karl Marx




giovedì, ottobre 06, 2011

Freschi di stampa: 61. Miguel Ayuso en su labirinto, Ediciònes Scire, Barcellona, 2011, pp. 144 (Rec. di T. Klische de la Grange)

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Miguel Ayuso,

El estado en su labirinto,
Ediciònes Scire, Barcellona 2011, pp. 144.

Con questo lavoro Ayuso prosegue l’indagine sulla crisi dello Stato moderno iniziata nel 1996 con Después del Leviathan? e continuata con Ocaso o eclipse del Estado? del 2005. Il cui filo conduttore è la necessità di chiarire e approfondire il senso, la funzione  (e i compiti) dello Stato moderno, in crisi evidente dal secolo scorso, e in particolare il rapporto tra questo, la globalizzazione e la post-modernità.

Miguel Ayuso
Come scriveva l’autore, già nel primo dei libri citati, il paradosso della modernità politica è che al venir meno dello Stato moderno si corre il rischio di demolire ciò che è più profondo e stabile, la propria comunità politica; della quale lo Stato è solo una delle forme (o formule) politiche, assunta dal XVI secolo in poi.

Come scrive l’autore, la chiave interpretativa dei mutamenti in corso è la stessa applicata a quelli precedenti i tempi attuali. Gli argomenti trattati sono: nazione, costituzione, comunità, società, governo e democrazia.

Tutti sono considerati rilevando il cambiamento di senso che le idee subiscono col mutare delle concrete situazioni storiche; in tale contesto, tuttavia, l’autore nota che anche il senso “post-modermo” era in certa misura contenuto nella concezione “originale” e se ne differisce grandemente, usa gli stessi termini ed espressioni. Ad esempio la formula “più società meno Stato”: all’inizio costituiva una rivendicazione anti-burocratica, successivamente con un senso parzialmente diverso fatta propria dalla Chiesa, ambedue accomunate dalla difesa dell’autonomia sociale da uno Stato forte che si voleva limitare. Ora è usata non tanto per quello, ma soprattutto per indebolire lo Stato: non è una difesa da questo, ma un attacco allo stesso.

Oppure la tendenza – apparentemente contraddittoria – dello Stato moderno da un lato al particolarismo (la frammentazione della res publica christiana), dall’altro alla universalizzazione del modello statale. Nella fase attuale la prima tendenza si è trasformata in una dissoluzione pluralistico-policratica (lobbies, separatismo delle piccole comunità e così via); l’altro ha creato un sistema economico globale, che tende ad  esautorare e/o indebolire il potere statale (e i suoi connotati peculiari).

In altre parole: è l’ideologia statale, sostiene Ayuso, ad aver creato le premesse dell’attuale momento di crisi: contratto sociale al posto delle costituzioni storiche, società a quello di comunità, l’individuo in luogo dell’uomo concreto. Alla fine dell’evoluzione lo Stato, nato dall’emancipazione del pensiero politico “classico”, in particolare di Aristotele e San Tommaso, sconta l’insufficienza – più che l’erroneità – dei tre pensatori che (sopra gli altri) l’hanno concepito: Machiavelli, Bodin e soprattutto Hobbes.

Non insistiamo nell’esposizione delle tesi dell’autore, varie e articolate, perché esulano dai limiti di una recensione.

Piuttosto due notazioni al libro.

Se è vero che (gran) parte delle ragioni della crisi attuale risalgono all’ideologia “genetica” dello Stato moderno (sono cioè endogene), è da considerare se tali “vizi d’origine” sono la logica conseguenza o il risultato, per così dire, di una patologia degenerativa.

Ad esempio: la concezione dello Stato (e del potere politico) si regge su una antropologia negativa, tale sia nella Bibbia che in S. Agostino o S. Tommaso. Ma anche in Machiavelli e in Hobbes. L’uomo è un animale politico e ha bisogno del potere politico (di     governo) perché ha una natura problematica, segnata dal peccato originale. Espressa sinteticamente, per giustificare la Costituzione (democratico-liberale) nordamericana nell’asserto del Federalista che se gli uomini fossero angeli, non vi sarebbe bisogno dei governi; se lo fossero i governanti non ci sarebbe la necessità di controlli sui governi; ma dato che gli uomini non sono angeli, c’è bisogno degli uni e degli altri. La concezione liberale “classica” presupponeva la concezione dell’uomo dal pensiero cristiano e non si discostava da quella, per cui lo Stato (il potere politico) trovava lì il proprio fondamento e giustificazione. Ma nel corso del XX secolo, come conseguenza del pensiero post-hegeliano del XIX e soprattutto del marxismo, si è sostenuto che era possibile anzi “scientifico” cambiare la natura umana, cambiando i rapporti di produzione. Con le conseguenze che abbiamo visto. Ciò non toglie che il pensiero liberale-democratico “classico” è evidentemente la secolarizzazione della teologia politica cristiana, mentre il marxismo, e in parte anche altre concezioni, sono la secolarizzazione di concezioni eretiche cristiane.

Le evidenti influenze gnostiche e pelagiane presenti nel marxismo, quelle pelagiane anche in altre concezioni (in quelle sansimoniane, tra le altre) lo rendono palese; con la convinzione che l’uomo sia capace di costruire (a tavolino) una società perfetta, e quel che più conta farla stare in piedi.

Convinzione su cui ironizzava de Maistre. Ma che evidenzia la cesura, anzi l’inesorabile opposizione tra il pensiero politico cristiano e liberale e quello che ne costituisce la negazione, addirittura nei più fondamentali presupposti.

Teodoro Klitsche de la Grange

domenica, luglio 03, 2011

Freschi di stampa: 58. Pino Aprile: «Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del sud...» (Piemme, Giugno 2011)

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Il tema è interessante e si colloca a 150 anni dall’Unificazione come un momento opportuno di riflessione. La quarta di copertina fa un paragone con i libri di Pansa, che hanno divulgato il revisionismo storico sul periodo della guerra civile italiana, detta Resistenza o Liberazione, ma in realtà disfatta bellica, occupazione mai cessata e pure guerra civile mai veramente finita. Mi auguro però che non sia così, in quanto trovo piuttosto edulcorati e leggeri i libri che ho letti di Pansa. Vale oggi forse più di ieri il principio secondo cui i vincitori scrivono sempre la storia. Vi possono essere modi piuttosto grossolani ed altri più eleganti e sofisticati. È probabile, ma non voglio enunciare giudizi perentori e non modificabili, che il metodo iniziato da Pansa sia quello edulcorato. Vi è da sperare, per Pino Aprile ed auspicabili imitatori, che non vi siano i rischi che si corrono nel trattare il periodo di cui si è occupato Pansa. Per non parlare poi del revisionismo storico connesso ai campi di concentramento, dove il carcere duro è la regola per chi si discosta da canoni sanciti per legge e ferocemente applicati dalla magistratura, la stessa che mandò in carcere ed al patibolo i “briganti” di cui Aprile si occupa nel suo libro con un tono ed un linguaggio certamente non accademico. Scrive da giornalista e vuole suscitare emozioni, ai quali affida il successo commerciale del libro.

Ma il tema è troppo serio perché possa essere lasciato nelle mani di un giornalista, se Aprile è fondamentalmente questo e senza voler offendere i giornalisti, la cui funzione è da valutare caso per caso, ma che spesso come agenti ideologici non sono diversi dagli storici accademici, cambiando solo la tecnica e lo stile. Sono abbastanza avanti negli avanti per ricordare la ricorrenza del Centenario dell’Unificazione, quando terminavo le scuole elementari in Calabria. Ma ero allora troppo giovane per andare oltre le narrazioni scolastiche e ricostruire i fatti suo documenti rimasti. Adesso la difficile congiuntura italiana e internazionale costringe ad un ripensamento critico dell’Unificazione. Credo che anche la situazione internazionale porti a riflettere sui rapporti fra il ceto politico che vive esercitando il potere e la stragrande maggioranza dei cittadini che sono amministrati e che sempre più numerosi nutrono seri dubbi che chi governa in nome loro voglio il loro bene o che essi abbiano davvero il diritto ed il potere di eleggerli.

È forse questa nuova ed inedita condizione esistenziale che ci consente di comprendere gli anni dell’Unificazione oggi meglio di ieri. La rivoluzione tecnologica delle comunicazioni ci rende meno isolati l’un l’altro. Potendo comunicare più facilmente possiamo forse costruire una nuova identità. Ma è anche vero che questa possibile nuova identità è insidiata dai cosiddetti “mainstream”, dai grandi canali verticali di comunicazione, per la quali da una parte vi è il talk show e dall’altra succubi milioni di cittadini non si sa bene quanto criticamente autonomi e immuni da persuasione subliminale e da influenze programmate.

Inizio dunque con interesse la lettura del libro di Aprile, facendo teso di ogni nome di “brigante” finora ignoto. La scheda appare in questo mio blog poco curato e aggiornato, allo scopo di redigere una scheda autonoma per ogni “brigante” che Aprile mi farà conoscere. Avverto i miei lettori, e lo stesso Pino Aprile, se gli capita di leggere questa scheda, che in ragione dell’attualità del suo libro, me ne avvalgo come traccia per poi passare ad ulteriori approfondimenti, basandomi sugli spunti che lui stesso mi offre, ma privilegiando le ricerche dirette di archivio presso l’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, dove di tanto in tanto mi reco per altre ricerche non ancora concluse. Rinvio inoltre ad una riflessione sullo stesso tema avviata da Teodoro Klitsche de la Grange, sul tema «Risorgimento e guerra civile», ed integrata con documenti inediti. Il lavoro è lungi dall’essere concluso e penso che potrà solo essere avviato. Non credo che mi sarà concesso il tempo per attendere il 200° anniversario dell’Unificazione, un tempo che giudico necessario per potermi formare idee abbastanza definitive su ciò che è stato il Risorgimento, di cui ci hanno parlato a scuola, ma che che trovo già infangato per taluni rapporti che vengono in alto loco fatti fra Risorgimento italiano e sionismo. Se davvero fosse così, allora sarebbe proprio da concludere che è tutto da buttar via e da rifare di sana pianta. Non so come la pensa al riguardo Pino Aprile, se ne parlerà nel resto del libro, ancora tutto da leggere.

(segue)

domenica, dicembre 05, 2010

«Un collegio sul M.te Carmelo», ora che il Monte brucia, come descritto in un articolo del 1921

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Di seguito a quanto abbiamo già detto e qui non ripetiamo, ci sembra interessante questo secondo articolo che riproduciamo dalla «Rassegna Italiana del Mediterraneo» del 1921. Dalla sua lettura dovrebbe risultare quanto questo Luogo sia stato e sia importante per la Cristianità. Eppure, mentre scriviamo sta ancora bruciando, e non sappiamo quali luoghi esattamente siano a rischio. Corre voce che l’incendio sia doloso. Le polemiche e i sospetti già prendono forma. Suscita impressione come la maggiore potenza militare e tecnologica dell’odierna Palestina si dimostri non all’altezza della situazione nel fronteggiare e soprattutto prevenire un incendio, che è dato come il maggiore in tutta la storia israeliana. Staremo a vedere quanto ancora ci sarà concesso nell’arco di una guerra che ininterrotta dura da oltre un secolo. È forse la più lunga guerra della storia umana, se si ammette che la pace non consiste nel semplice, momentaneo silenzio delle armi che producono deflagrazione del suono. Del resto, oggi come non mai la presenza cristiana nel Vicino Oriente, è ai minimi storici, ma non per intolleranza e persecuzione da parte dei musulmano – come certa propaganda vorrebbe far credere –, ma come conseguenza della guerra che il sionismo ha portato in tutta l’area geopolitica. Anche questo processo di espulsione o emigrazione andrebbe ricostruito al riparo dei media e degli agit-prop, le cui squadre in Europa vengono rinfoltite e rafforzate proprio in questi giorni dal governo israeliano, se dobbiamo credere al “Guardian” che ha intercettato un Leak. La notizia è ripresa dal quotidiano “il Manifesto” ed appare in una rassegna sionista, che si arrampica sugli specchi per negare l’evidenza di un’ampia e capillare corruzione in tutto il sistema dell’informazione e della formazione.

*

UN COLLEGIO SUL M.te CARMELO

di P.G. in La Rassegna Italiana del Mediterraneo, Anno I, N. 8, Settembre 1921, pp. 221-226; e ivi, N. 9, Ottobre 1921, pp. 245-251.

Forse ai nostri lettori non sarà sfuggita la notizia, riportata su giornali e riviste, della fondazione di un collegio per Missionari voluta dal Rev.mo P. Generale dei Carmelitani Scalzi su lo storico Monte Carmelo. Il Rev.mo P. Generale ha inteso, con tale opportunissimo provvedimento, preparare nuove falangi di giovani destinati a disseminare la civiltà tra i popoli delle estesissime Missioni, che il benemerito Ordine coltiva da secoli nelle Indie, nella Mesopotamia, Persia, Urabà, Anatolia e Siria: queste due ultime italiane e sotto l’alta protezione del R. Governo.

Siamo sicuri che i nostri lettori gradiranno una breve illustrazione della biblica Montagna.

Carmelo di Giuda e Carmelo del mare

In Palestina due monti si chiamano «Carmelo». La Bibbia, per distinguerli, li chiama: Carmelo di Giuda e Carmelo del mare. Il primo si trova a sud della nominata Tribù, tra il Mar Morto e la città di Hebron, dalla parte di Idumea, e raggiunge 800 metri sul livello del mare. Si presenta arido e sempre triste, eccetto il tempo primaverile; poichè allora si ricopre di un verde tappeto tempestato non di fiori ma di pietre. Al Carmelo di Giuda si riferisce la Scrittura quando parla dell’Arco di trionfo di Saul (1); e in questo medesimo monte Nabal, marito della prudente Abigail, teneva il suo gregge di capre e di pecore (2).

(segue)

«La questione dei Luoghi Santi», vista in una rivista del 1921, in un articolo di R. Paribeni.

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Viene qui riprodotto un articolo tratto dalla «Rassegna Italiana del Mediterraneo», Anno I, Numero I, gennaio 1921. È un tema indirettamente collegato ad un’ampia ricerca sul tema «La questione sionista e il Vicino Oriente». Giacché nell’articolo non si accenna propriamente al sionismo, è parso opportuno non appesantire il nostro blog tematico di “Geopolitica”, aprendo un’ampia digressione. Tuttavia, è bene avere una qualche cognizione dell’annosa problematica dei “Luoghi Santi”, che volendo a una storia secolare, addirittura riconducibile all’epoca delle Crociate e degli Ordini cavallereschi, tema certamente affascinante ma piuttosto lontano da una questione attuale e cruciale come la “pulizia etnica”, di cui in forme malamente mascherate sono oggi vittime i palestinesi e non certo per motivi religiosi, come ancora poteva essere ai tempi delle Crociate, dove pure si instaurò un clima di intesa e di reciproco rispetto fra genti di fede diversa. Anche se la stessa propaganda sionista tenta di suscitare guerra fra cristianesimo e Islam, non esiste nessun motivo per il quale le due grandi religioni con ciascuna oltre un miliardo di fedeli dichiarati non possano e non debbano vivere in pace nel rispetto reciproco. Non è certo, sul piano dei numeri, una grande religione il giudaismo. Lo fu nel primo millennio, ai tempi della Kazaria, ma poi perse nel tempo ogni attrattiva ed oggi è teologicamente compromessa per la commistione, tutta politica ed economica, fra ebraismo e sionismo. Se le persone di fede giudaica non superano oggi nel mondo qualche decina di milioni di persone, deve però riconoscersi ad essa una grande potenza politica per la capacità lobbistica dei suoi membri sionisti sulla maggiore potenza che attualmente incombe sul pianeta terra, cioè gli USA. Non entriamo adesso in dettagli che trattiamo altrove. Aggiungiamo soltanto che le tre religioni monoteiste, pur spesso in conflitto fra di loro, hanno una comune matrice e nella Bibbia e soprattutto nella concezione monoteista, che soppiantò il bel mondo popolato da quelle innumerevoli divinità, assai tolleranti, che ormai possiamo conoscere solo dai poemi classici e da quanto è sopravvissuto della loro memoria nelle arti figurative. Il cristianesimo – a nostro avviso – è frutto più dell’ambiente ellenistico che non del giudaismo, la cui angustia teologica e antropologica ci sembra la vera causa della sua scarsa attrattiva, se oggi solo pochi milioni di persone professano questa religione. Il cristianesimo seppe invece assorbire in una grande sincretismo quanto la religiosità greco-romana aveva ed avrebbe ben potuto tramandare fino a noi se non fosse stata sconfitta dalla pretesa intollerante dell’Unico Dio. Ma anche per questa problematica abbiamo un blog specifico, al quale rinviamo e dove cureremo i necessari svolgimenti. Qui presentiamo senz’altro indugio il primo di una serie articoli integrativi della ricostruzione di una Guerra Ultracentenaria che funesta ancora oggi la nostra epoca.

* * *

LA QUESTIONE DEI LUOGHI SANTI

di R. Paribene,
in Rassegna Italiana del Mediterraneo,
a. I, n. 1, gennaio 1921, pp. 8-12

Da parecchi decenni tutte le volte che si è avuta occasione di redigere un trattato con la Turchia, si è accennato alla questione dei Luoghi Santi. Ma mentre le varie questioni territoriali, commerciali, economiche, ecc,. appaiono in quei trattati per solito nettamente definitem quando si viene all’argomento dei Luoghi Santi la soluzione prescelta è sempre redatta il forma sì vaga e nebulosa, che finisce per non risolver nulla.

Valga come ottimo degli esempi l’articolo 62 del Trattato di Berlino del 13 luglio 1878:
«Il est bien intendu, qu’aucune atteinte ne saurait être portée au statu quo dans les Lieux Saints».
Nè si deve pensare che questa vaga indeterminatezza di formula sia dovuta allo scarso interesse che la questione sembra debba suscitare tra gli scettici uomini d’Occidente, ma piuttosto alla delicatezza somma della cosa e al molto d’interesse e di passione che essa può sollevare tra gli uomini del Levante.

(segue)

lunedì, marzo 15, 2010

Notizie curiose e divertenti in materia sensibile ed esplosiva: giudaico-sionista.


Il riso è forse l’arma più innocua e distruttiva che in modo non violento possa usarsi contro un regime di intolleranza e sopraffazione che ogni giorno diventa sempre più sfacciato, esigente ed arrogante. Per le vignette su Maometto, che non mi hanno fatto mai ridere, si invoca la libertà di stampa e di espressione artistica noncé di pensiero, ma se appena la satira cambia di segno e si volge altrove, allora scattano pesanti sanzioni penali. In questo blog dedicato alle “spigolature”, pensiamo di fare cosa e utile raccogliendo in un solo post notizie che si prestano in uno stesso tempo al riso ed alla riflessione. L’idea di metterle insieme sorge da una loro contemporaneità pur nella diversità dei loro contesti. Ad esempio, merita di passare nella storia del riso, non in senso vegetale, ma proprio del ridere più o meno a creparelle, rientra la bufala pezzettiana che aveva pensato di dare un chicca alla mostra della Shoah in Roma, annunciando che la cantante Lia Origoni della Scala di Milano aveva cantato in Auschwitz, ossia nella comune immaginazione il luogo dove si entra passando sotto il cartello “Arbeit macht frei”, mentre invece si trattava di un teatro varietà esistente in Berlino con lo stesso nome, ma soprattutto negando la signora Origoni di essere mai stata all’interno del campo di concentramento, come leggendo sul “Corriere della Sera” del 27 gennaio un comune lettore poteva intendere. È stata quanto mai penoso e divertente la smentita, apparsa sullo stesso quotidiano in data 1° marzo, da parte del direttore della mostra Marcello Pezzetti, noto storico olocaustico, che peraltro era per lo meno costretto ad ammettere che non vi era nessun “inedito” – come annunciato – ma solo un insignificante e per nulla “eccezionale” documento edito dieci anni prima. La mia personale vicenda e polemica è narrata in apposito post, ma qui intendo raccogliere tutte le notizie analoghe che. per la mia sensibilità e per il mio angolo visuale, offrono spunti comici.

Vers. 1.4/15.3.10
Sommario: 1. Ma quale Scala? – 2. Lula non vuole. – 3. Qualcuno si muove. – 4. Una Promenade Ben Gurion a Parigi. – 5. E perchè mai proprio Lula? –

1. Ma quale Scala? – Il nostro viaggio, spigolando qua e là, incomincia con un rinvio ad un ampio post di questo blog, che qui riassumiamo brevemente. In data 27 gennaio 2010, in coincidenza con le annuali ricorrenze della Shoah veniva annunciato un documento inedito di eccezionale importanza offerto ai visitatori della mostra al Vittoriano, non ancora conclusa. Il chiaro intento era quello di gettare discredito sulla massima istituzione musicale del paese, il teatro della Scala di Milano, una cui cantante, Lia Origoni, avrebbe cantato in tournéé addirittura nel campo di concentramento di Auschwizt. Questo ultimo aspetto, per la verità, è un poco ambiguo. Con questo nome tutti intendono comunemente il campo di concentramento. La signora Lia, che in difesa proprio degli ebrei perseguitati aveva opposto un diniego ad un invito di Goebbels, e dunque testimone non sospetta, nega però decisamente di aver mai cantato dentro il campo di concentramento di Auschwitz. Nelle sue numerose tournéè in parecchie città della Germania, in Cecoslovacchia e in Polonia si erà avvicinata – in tournéé dove il suo impresario la portava – al massimo a Katowize, che dista trenta chilometri dal campo di concentramento vero e proprio: se fosse stata lì dentro la lucidissima signora di 90 anni non avrebbe avuto nessuna difficoltà ad ammetterlo ed a testimoniare ciò che aveva visto. Ma non c’era stata! Quel che è peggio però ed assai più grave, dimostrando la bufala, il dilettantismo e la malafede di altri, è il fatto che in quegli anni, cioè nel 1942-43, il soprano Lia Origoni non lavorava ancora alla Scala di Milano, cosa che avviene solo a partire dal 1946, non prima, come è facile verificare, consultando, ad esempio, la collezione delle locandine della Scala di Milano. Il teatro della Scala di cui si parla nel 1942-43 è un omonimo teatro di varietà che esisteva in Berlino, dove la signora Origoni aveva avuto un contratto nell’autunno-inverno del 1942-43. Non è difficile arguire che si tratta di un marchiano errore del burocrate che scrive "Milano” anziché Berlino, annunciando per il futuro uno spettacolo di cui non è poi certo abbia avuto effettivamente luogo. Messo alle corde da un’intervista di smentita della signora Lia Origoni, apparso sul Corriere della Sera del 5 febbraio, il direttore “scientifico” della Mostra Marcello Pezzetti se ne esce fuori con una “controsmentita” del 1° marzo, dove intanto si dà la zappa sui piedi, ammettendo che l’«inedito» era in realtà apparso dieci anni prima in un libro, la cui “scientificità” è riconosciuta da tutti gli studiosi dell’eccelsa materia. E comunnqe alla mostra non è dato trovare neppure il documento originale e neppure le fotocopie del due pagine di libro, dove ogni modesto cultore di materie storiche può valutare l’inconsistenza probabtoria e documentale del pur autentico (ma non esposto) documento: un pezzetto di carta che non dice nulla che valga di più di quanto la diretta interessata ha personalmente chiarito ed autenticato. Mi sono divertito non poco andando alla mostra, per chiedere di poterlo vedere questo documento “inedito” e di “eccezionale importanza”. La morale della favola è che si voleva incrementare l’industria della colpa e del senso di colpa, coinvolgendo il teatro della Scala di Milano ed i suoi cantanti, rei di niente altro che di... cantare!

2. Lula non vuole. – Era la prima volta che un presidente brasiliano passava dalle parti di Israele. Per chi conosce un poco di diritto internazionale sa che se uno stato esiste vuol che esiste, cioè esiste di fatto. E quindi si hanno le relazioni che si devono avere. Per giunta Israele ha 200 testate atomiche che potrebbero giungere fin nel Brasile. Dunque, un capo di stato deve fare il capo di stato. A casa sua, in privato, fa quello che vuole. E dunque sia pure obtorto collo bisognava passare da Israele. Ma esiste il cerimoniale. E cosa volevano da Lula? Che andasse a deporre una corona sulla tomba di Thédore Herzl, che sarà pure un padre per i sionisti, ma il cui giudizio storico può essere per nulla positivo da parte di chi ha indipendenza di giudizio. E così ha dimostrato di essere il presidente Lula, che non sembra ci voglia stare a ripetere per l’Iran il copione già visto per l’Iraq. Senza guerre – e ne conduce da più di cento anni – Israele proprio non può vivere. Lo sapeva già persino papà Herzl.

Può essere divertente seguire e monitorare i commenti. Intanto diamo la notizia dell’agenzia adncronos:
«Gerusalemme, 15 mar. (Adnkronos) - Il mancato omaggio del presidente braziliano Luiz Inacio Lula da Silva alla tomba di Theodor Herzl nel corso della sua prima visita ufficiale in Israele iniziata ieri e' "un insulto agli israeliani e alle comunita' sioniste di tutto il mondo". E' il commento dell'Agenzia ebraica per bocca di Hagai Merom, citato dal 'Jerusalem Post'. "Mi auguro e credo che il presidente cambiera' idea -aggiunge- non deporre una corona sulla tomba di Herzl e' come rifiutarsi di visitare le tombe di Mustafa Kemal Ataturk in Turchia o del Mahatma Gandhi in India"»
Per il bene del mondo ci auguriamo che non cambi idea, ma soprattutto interessa poter leggere qualche dichiarazione di Lula come spiegazione del suo gesto, che in ogni caso ha un suo valore, anche se per ragioni diplomatiche decidesse di cambiare idea.

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3. Qualcuno si muove. – Nei grandi media la posizione di tutto l’ebraismo o giudaismo – ma i due termini non sono identici – è in genere tutta schiacciata su Israele ed i sionismo. Se però si va a leggere e studiare un libro come quello di Jacob Rabkin, si apprende che non è esattamente così. Anzi, si viene ad apprendere che il giudaismo rigorosamente inteso sulla base dei testi religiosi ebraici e della sua tradizione è addirittura antitetico al sionismo. La confusione aumenta perché si legge nei grandi media di ebrei “ultraortodossi” che sono poi in realtà “ultranazionalisti” ed hanno le posizioni estreme in una vera e propria campagna di genocidio dei palestinesi. Questa “ortodossia” non ha nulla a che fare con l’«ortodossia» chè è invece descritta nel libro di Rabkin ed è rappresentata da Neturei Karta. Sarebbe interessante, utile e chiarificatore saperne di più, ma questa informazione è inutile ed ingenuo aspettarsela dal grandi media. Resta però un fatto assai pericoloso per l’ebraismo inteso nel suo complesso, cioè includendo le comunità ebraiche che vivono nei diversi paesi, avendone la cittadinanza e godendo in fondo di una situazione di privilegio non concessa ad altri strati di popolazione. Si tratta di una particolare comunità religiosa, non di un “popolo” in senso proprio. Se così fosse sorgerebbero delicati problemi di ordine costituzionale: può vivere un "popolo” all’interno di un altro "popolo”? Non insisto oltre sul tema. Invece la notizia che intendo dare come “curiosa” è significativa è il fatto che qua e là qualcuno dall’interno dell’ebraismo insorge contro Israele e la sua politica. Qualcuno capisce che appoggiare Israele significa assumersi la responsabilità per “Piombo Fuso”, per la “puliza etnica del 1948”, per tutta la politica di insediamento coloniale dell’ebraismo che inizia esattamente dal 1882 e che giunge con una linea costante di sangue fino all’odierno regime di apartheid e di genocidio programmato. La propaganda israeliana può avere successo dove le orecchie hanno interesse a far passare la propaganda, ma dove esiste un minimo di indipendenza di giudizio e non dipendenza materiale, la visione delle cose è ben diversa. La responsabile si chiama comunque Anne Sander e cercheremo di seguirne le vicende, interessanti e istruttive.

4. Una Promenade Ben Gurion a Parigi. – Cosa succederebbe se anziché a Ben Gurion la promenade fosse intitolata ad Adolh Hitler? È questione di punti di vista, ma per chi si informa bene su cosa ha significato la fondazione dello stato di Israele, si impongono determinate riflessioni, valutazioni ed opzioni politiche. È qui difficile non immaginare i soggetti che stanno dietro a questa iniziativa. Difficile non pensare alla potenza di un ben individuabile Lobby e a una lenta e capillare penetrazione di tipo culturale, scientificamente programmata. Qualcosa di simile si vuol fare anche per Roma. Mancano in genere forze che si contrappangono alla Lobby e perciò le cose passano. Quel che è poi è peggio è che a farne le spese sono singoli cittadini che in modo spontaneo, individuale e senza avere alle spalle forze politiche ed appoggi esprime sue libere valutazioni e giudizi. Il cosiddetto “lavaggio del cervello” passa per questi canali.

5. E perchè mai proprio Lula? – Il gioco diplomatico si arricchisce di nuovi dettagli. Il ministro degli esteri Lieberman, uomo che è tutto dire, ha fatto opera di “boicottaggio” – dunque anche lui boicotta? – contro Lula, che non vuole andare a deporre la corona a Herzl, ma impeccabilmente lo staff di Lula obietta che questa performance non era nel programma, era un fuor d’opera, che non è stato chiesto per altre visite di stato, in ultimo quella di Berlusconi. Non si capisce quindi perché proprio a Lula dovesse venire chiesta questa prestazione diplomatica non prevista. Chissà se ne sentiremo delle altre.