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El estado en su labirinto,
Con questo lavoro Ayuso prosegue l’indagine sulla crisi dello Stato moderno iniziata nel 1996 con Después del Leviathan? e continuata con Ocaso o eclipse del Estado? del 2005. Il cui filo conduttore è la necessità di chiarire e approfondire il senso, la funzione (e i compiti) dello Stato moderno, in crisi evidente dal secolo scorso, e in particolare il rapporto tra questo, la globalizzazione e la post-modernità.
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| Miguel Ayuso |
Come scrive l’autore, la chiave interpretativa dei mutamenti in corso è la stessa applicata a quelli precedenti i tempi attuali. Gli argomenti trattati sono: nazione, costituzione, comunità, società, governo e democrazia.
Tutti sono considerati rilevando il cambiamento di senso che le idee subiscono col mutare delle concrete situazioni storiche; in tale contesto, tuttavia, l’autore nota che anche il senso “post-modermo” era in certa misura contenuto nella concezione “originale” e se ne differisce grandemente, usa gli stessi termini ed espressioni. Ad esempio la formula “più società meno Stato”: all’inizio costituiva una rivendicazione anti-burocratica, successivamente con un senso parzialmente diverso fatta propria dalla Chiesa, ambedue accomunate dalla difesa dell’autonomia sociale da uno Stato forte che si voleva limitare. Ora è usata non tanto per quello, ma soprattutto per indebolire lo Stato: non è una difesa da questo, ma un attacco allo stesso.
Oppure la tendenza – apparentemente contraddittoria – dello Stato moderno da un lato al particolarismo (la frammentazione della res publica christiana), dall’altro alla universalizzazione del modello statale. Nella fase attuale la prima tendenza si è trasformata in una dissoluzione pluralistico-policratica (lobbies, separatismo delle piccole comunità e così via); l’altro ha creato un sistema economico globale, che tende ad esautorare e/o indebolire il potere statale (e i suoi connotati peculiari).
In altre parole: è l’ideologia statale, sostiene Ayuso, ad aver creato le premesse dell’attuale momento di crisi: contratto sociale al posto delle costituzioni storiche, società a quello di comunità, l’individuo in luogo dell’uomo concreto. Alla fine dell’evoluzione lo Stato, nato dall’emancipazione del pensiero politico “classico”, in particolare di Aristotele e San Tommaso, sconta l’insufficienza – più che l’erroneità – dei tre pensatori che (sopra gli altri) l’hanno concepito: Machiavelli, Bodin e soprattutto Hobbes.
Non insistiamo nell’esposizione delle tesi dell’autore, varie e articolate, perché esulano dai limiti di una recensione.
Piuttosto due notazioni al libro.
Se è vero che (gran) parte delle ragioni della crisi attuale risalgono all’ideologia “genetica” dello Stato moderno (sono cioè endogene), è da considerare se tali “vizi d’origine” sono la logica conseguenza o il risultato, per così dire, di una patologia degenerativa.
Ad esempio: la concezione dello Stato (e del potere politico) si regge su una antropologia negativa, tale sia nella Bibbia che in S. Agostino o S. Tommaso. Ma anche in Machiavelli e in Hobbes. L’uomo è un animale politico e ha bisogno del potere politico (di governo) perché ha una natura problematica, segnata dal peccato originale. Espressa sinteticamente, per giustificare la Costituzione (democratico-liberale) nordamericana nell’asserto del Federalista che se gli uomini fossero angeli, non vi sarebbe bisogno dei governi; se lo fossero i governanti non ci sarebbe la necessità di controlli sui governi; ma dato che gli uomini non sono angeli, c’è bisogno degli uni e degli altri. La concezione liberale “classica” presupponeva la concezione dell’uomo dal pensiero cristiano e non si discostava da quella, per cui lo Stato (il potere politico) trovava lì il proprio fondamento e giustificazione. Ma nel corso del XX secolo, come conseguenza del pensiero post-hegeliano del XIX e soprattutto del marxismo, si è sostenuto che era possibile anzi “scientifico” cambiare la natura umana, cambiando i rapporti di produzione. Con le conseguenze che abbiamo visto. Ciò non toglie che il pensiero liberale-democratico “classico” è evidentemente la secolarizzazione della teologia politica cristiana, mentre il marxismo, e in parte anche altre concezioni, sono la secolarizzazione di concezioni eretiche cristiane.
Le evidenti influenze gnostiche e pelagiane presenti nel marxismo, quelle pelagiane anche in altre concezioni (in quelle sansimoniane, tra le altre) lo rendono palese; con la convinzione che l’uomo sia capace di costruire (a tavolino) una società perfetta, e quel che più conta farla stare in piedi.
Convinzione su cui ironizzava de Maistre. Ma che evidenzia la cesura, anzi l’inesorabile opposizione tra il pensiero politico cristiano e liberale e quello che ne costituisce la negazione, addirittura nei più fondamentali presupposti.



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